Infowine4.11: Wine Enthusiast, Ttip fermo, Simei 2015

I premi del magazine Usa “Wine Enthusiast”

Non c’è solo Angelo Gaja, premiato con il “Lifetime Achievement Wine Star Award” dai “Wine Star Award 2015” del prestigioso magazine Usa “Wine Enthusiast”: Ferrari, la griffe delle bollicine della famiglia Lunelli, è la “European Winery of the Year”

Non c’è solo Angelo Gaja tra gli italiani premiati dai “Wine Star Award 2015” del prestigioso magazine Usa “Wine Enthusiast” (www.winemag.com): accanto al produttore piemontese, insignito del “Lifetime Achievement Wine Star Award”, il riconoscimento alla carriera (svelato già a settembre) ad un “pioniere della rivoluzione qualitativa del vino italiano e guida della nuova generazione della sua cantina di famiglia che, con il suo impegno nell’innovazione, continua ad ispirare il mondo del vino di oggi”, c’è Ferrari, la griffe trentina delle bollicine della famiglia Lunelli, “European Winery of the Year”.
“Grazie a più di un secolo di esperienza - si legge nelle motivazioni del premio - Ferrari è stata fondamentale nell’affermazione delle bollicine italiane nel mondo. Per lo spumante italiano, questo, è un grande momento, e una miriade di produttori si sta lanciando nella produzione di vini spumanti, da quelli più semplici, rifermentati in serbatoi d’acciaio, a quelli più ambiziosi, rifermentati in bottiglia, ma nessun marchio è stato in grado di raggiungere il prestigio di Ferrari”.
Tra gli altri vincitori, che verranno premiati alla “Wine Star Awards Dinner” di scena a New York il 25 gennaio, la Costco Wholesale, “Retailer of the Year” con 3,6 miliardi di dollari di alcolici venduti nel 2015; Helen Mackey, vice presidente menu strategy e food and beverage innovation del Ruth’s Hospitality Group, si è affermata come “Wine Director of the Year”; Aurelio Montes, a capo di una delle aziende più moderne del Cile, è l’“Innovator of the Year”; Michael Mondavi, importatore e produttore Usa che non ha certo bisogno di presentazioni si è invece aggiudicato il “Person of the Year”; Jean-Baptiste Lecaillon, di Louis Roederer è il “Winemaker of the Year”; la Justin Vineyards & Winery, a Paso Robles, è la “American Winery of the Year”, mentre Viña Santa Carolina è la “New World Winery of the Year”; Lodi, in California, si è rivelata la “Wine Region of the Year”; la Winesellers Ltd, con 7,8 milioni di bottiglie vendute nel 2014, è “Importer of the Year”; Claire Smith-Warner, della Vodka Belvedere, è la “Mixologist/Brand Ambassador of the Year”, mentre la New Amsterdam (di E. & J. Gallo) è lo “Spirit Brand of the Year” e la Dogfish Head Brewery, in Delaware, la “Brewery of the Year”.


I nostri marchi Dop e Igp sui cibi e sui vini non piacciono agli Usa che perciò bloccano il Ttip

Sorpresa: i nostri marchi di qualità Dop e Igp sui cibi e sui vini non piacciono agli Usa. Un contrasto che ha bloccato il Ttip. Dopo due anni di silenzio, nei quali avevano completamente ignorato l'argomento, un paio di settimane fa i giornaloni hanno improvvisamente scoperto l'importanza del nuovo trattato commerciale Usa-Ue, noto con l'acrononimo Ttip (Transtlantic trade and investment partnership), il cui obiettivo è di creare un unico libero mercato sulle due sponde dell'Atlantico, con 800 milioni di consumatori e un pil pari al 40% di quello mondiale.

 Così, alla vigilia dell'undicesima tornata di negoziati (svoltasi a Miami dal 19 al 23 ottobre), alcune grandi firme hanno fatto a gara nel prevedere un loro successo, fino a dare per certa una rapida conclusione del trattato, a dispetto delle numerose difficoltà finora incontrate. Una previsione che si sta rivelando completamente sbagliata. Un primo indizio è stato il silenzio tombale che i protagonisti del negoziato si sono imposti dopo la chiusura dei lavori. Ma ora è arrivata anche la conferma: il Ttip è talmente in alto mare, e i contrasti di vedute Usa-Ue sono così profondi, che il dodicesimo round dei colloqui, previsto per dicembre in Europa, è stato rinviato a febbraio. Ecco, per punti, i pro e i contro di un trattato che, sulla carta, presenta alcuni vantaggi per alcuni settori (automobile, chimica, farmaceutica, internet), non bilanciati però dai rischi potenziali per altri settori, primo fra tutti l'agro-alimentare. 1) Gli ottimisti giuravano che a Miami sarebbe stato finalmente risolto il problema della clausola Isds (Investor state dispute settlement), relativa alle dispute tra le multinazionali e gli Stati, ritenuta dal parlamento europeo troppo sbilanciata a favore delle multinazionali Usa, che potrebbero citare in giudizio gli Stati e le leggi considerate un ostacolo per i profitti. ll commissario Ue al Commercio, Cecilia Malstroem, si era impegnata a proporre una soluzione diversa dal tribunale unico internazionale, con tre giudici inappellabili. Ma la proposta non è stata neppure presentata: i negoziatori Usa hanno suggerito di non farlo, in quanto considerano l'Isds una clausola intoccabile. 2) Un altro tema intoccabile, per gli Usa, è quello delle etichettature dei prodotti agro-alimentari, che invece riveste grande importanza in Europa, a cominciare dall'Italia. ll nostro è il paese Ue con il maggior numero di prodotti Dop, cioè a denominazione di origine protetta e Igp, indicazione geografica protetta: 274 prodotti e 523 vini. Etichettare i prodotti con i marchi Dop e Igp, frutto di anni di buone leggi, si è rivelato fondamentale per sostenere il sistema produttivo con disciplinari specifici, favorire la qualità dei prodotti, tutelare l'economia del territorio e l'ambiente, garantire i consumatori. 3) Delle etichette sui prodotti agroalimentari, gli americani non vogliono neppure sentire parlare. Negli Usa, in materia, non vi sono gli stessi obblighi europei, e questo agevola le colture Ogm, le carni agli ormoni e i polli al doro, tutte proibite in Europa, e facilita l'imitazione di prodotti stranieri di successo, come i formaggi e i prosciutti italiani. Le stime più recenti valutano che l'italian sounding ( i prodotti taroccati) vale 60 miliardi di euro nel mondo, di cui 21 miliardi nella sola Europa, a fronte di un export agro-alimentare italiano di 23 miliardi l'anno. 4) Qualche esempio. Nei supermercati Usa, il parmesan venduto per parmigiano-reggiano doc, ovviamente a prezzo più basso, è la norma; nel mondo, due prosciutti su tre sono prodotti con maiali stranieri, ma venduti come italiani; il 60% del latte a lunga conservazione non è prodotto in Italia; il 45% delle mozzarelle vendute come italiane, sono prodotte con latte e cagliate straniere. 5) I vantaggi teorici del Ttip, a detta dei sostenitori, sarebbero questi: nel decennio 2017-2027, una maggiore crescita media del pil Ue dello 0,48% l'anno, pari a 86,4 miliardi di pil aggiuntivo, a fronte di un 0,39% del pil Usa, pari a 65 miliardi di euro l'anno. Tutto sommato, una crescita modesta, che nel caso dell'Italia non compenserebbe mai le perdite causate al settore agroalimentare. 6) I fautori del Ttip promettono anche un aumento dell'occupazione. Ma in agricoltura si prevede il contrario: in Europa vi sono 17 milioni di aziende agricole, tutte di piccole e medie dimensioni, contro 2,2 milioni di aziende Usa, tutte di grandi dimensioni. L'abolizione dei marchi Dop e Igp farebbe crollare le produzioni di qualità tutelate e fallire migliaia di aziende, con alcuni milioni di disoccupati. 7) Ammesso che il Ttip arrivi in porto, per entrare in vigore dovrà essere approvato prima dal parlamento europeo, e poi dai parlamenti dei 28 Paesi Ue. Un solo «no», basterebbe per affossare l'intero trattato. 8) Anche i tempi del negoziato si stanno rivelando decisivi. Chiudere la partita nel 2016, prima della conclusione della presidenza di Ba-rack Obama, come auspicato dallo stesso presidente Usa, sembra ormai impossibile. Nel 2017 si voterà in Francia (presidenziali) e in Germania (cancellierato), mentre in Gran Bretagna si terrà il referendum sull'uscita dalla Ue. Nel 2018 toccherà all'Italia. Sembra poco probabile che i candidati europei usino il Ttip come una bandiera. Più facile che imitino Hillary Clinton, che per non perdere voti non ne parla neppure.

 

Fonte: TINO OLDANI

Fonte: ItaliaOggi

 


Il 3 novembre ha aperto SIMEI

Ha aperto la 26esima edizione di SIMEI, Salone Internazionale Macchine per Enologia e Imbottigliamento, unica piattaforma di dialogo e confronto sulle migliori tecnologie del settore vino, olio e beverage. Frequenza primo giorno, +12,2% rispetto al 2013.

Ha aperto ieri mattina SIMEI 2015, il Salone Internazionale Macchine per Enologia e Imbottigliamento organizzato da UIV, Unione Italiana Vini, in programma dal 3 al 6 novembre in fiera Milano Rho.

 

Una manifestazione diventata nel tempo l’unico punto di riferimento internazionale dedicato agli operatori e alle imprese del comparto vino, piattaforma di dialogo e confronto sulle migliori tecnologie del settore vino, olio e beverage.

Un ruolo confermato dalla presenza di player internazionali e di numerose delegazioni di buyer provenienti da Stati Uniti, Australia, Cile, Spagna, Brasile, Tunisia, che incontreranno gli espositori e parteciperanno ad alcuni dei diversi momenti di aggiornamento professionale proposti dall’ampio programma di eventi.

Oltre alla parte espositiva ci sarà infatti una ricca proposta di incontri formativi e di aggiornamento, convegni internazionali e workshop tematici, oltre ad una novità, Enovitis Business, un format dedicato al vigneto, basato su un networking tra operatori.

“Tecnologico, interattivo, formativo e sempre più globale” – ha dichiarato Domenico Zonin Presidente di UIV – “Una 26esima edizione che parte bene, con un grande riconoscimento da parte del Ministero dello Sviluppo Economico che lo scorso marzo inserisce SIMEI nel Piano straordinario per il Made in Italy riconoscendo alla manifestazione l’eccellente progettualità di sviluppo, e non solo. Ad agosto è stato siglato un accordo strategico senza eguali nel panorama fieristico internazionale tra Unione Italiana Vini, storico organizzatore di SIMEI e la Fiera di Monaco, organizzatrice di Drinktec, fiera leader mondiale per le tecnologie delle bevande e liquid food. Obiettivo è creare una speciale costellazione per la tecnologia del vino, unendo i rispettivi punti di forza in una piattaforma gemella che vuole diventare la vetrina più importante al mondo per la tecnologia, il trade e il marketing del settore.

 

Premesse ambiziose, ma che sembrano essere le conseguenze naturali del lavoro profondo e specialistico svolto da più di 50 anni da Unione Italiana Vini, organizzatore dalla prima edizione del 1963.

“Grazie al nostro team di professionisti e studiosi del comparto enologico globale, abbiamo saputo costruire relazioni e fare sistema – ha commentato Francesco Pavanello, direttore generale di UIV – ciò ci ha permesso di costruire SIMEI come un appuntamento di aggiornamento professionale imperdibile per le aziende vitivinicole nazionali e internazionali, grazie alla completezza espositiva e alla qualità degli eventi di formazione e approfondimento organizzati durante tutta la manifestazione”.

 

Gli espositori sono oltre 600 e l’organizzazione stima la presenza di circa 40.000 visitatori che oltre alla parte espositiva potranno partecipare in modo diretto o interattivo alle iniziative proposte in calendario. Durante l’intera durata di SIMEI, si svolgeranno infatti, come veri e propri “eventi negli eventi”, numerosi seminari, convention e workshop tecnici, della durata di mezza giornata, che si terranno direttamente dentro i padiglioni in aule allestite a platea e dotate di strumentazione tecnica standard.
Tre i cluster trattati: vino, birra e olio. In calendario oltre ad approfondimenti tecnici anche laboratori di degustazione, presentazioni di case histories, analisi sensoriali e talk show condotti da illustri opinion maker del comparto wine&beverage italiano.

Nel pomeriggio Domenico Zonin ha aperto l’incontro internazionale “Sustainability as a tribute to wine quality”, sottolineando l’importanza della sostenibilità globale all’interno dei moderni processi culturali e sociali del nostro tempo.

 

fonte: Cs Simei

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