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Quando il vino smette di essere tecnica e diventa vita.

Niente punteggi, niente schede di degustazione, niente tecnicismi o classifiche. Solo una domanda cui dare una risposta: “Saremo felici mai?”. È alla luce di questo interrogativo esistenziale, contenuto nella canzone di una giovane cantautrice, Emma Nolde, ascoltata al Premio Tenco, che Peretti, critico enogastronomico attivo da quattro decenni, riapre i faldoni di appunti accumulati negli anni e scopre una verità inaspettata: le sue note sul vino sono, in realtà, una lunga e ininterrotta riflessione sulla felicità.

Lo stesso vuoto nel calice - la parte mezzo vuota del bicchiere - non è ciò che manca: è lo spazio dell’ossigeno, quell’elemento invisibile senza il quale il vino non potrebbe sprigionare i suoi profumi. Senza quel vuoto, la bellezza del pieno resterebbe muta, compressa, inespressa. Come nella vita, come nel lavoro quotidiano, come in certe relazioni, come in quei momenti in cui ci fermiamo - finalmente - e lasciamo che le cose respirino. È così che, pagina dopo pagina, la narrazione diventa un manifesto contro la “malattia della fretta”, un inno alla felicità delle piccole cose. Stupirsi di fronte alle fioriture di montagna, che ricordano certe rare bottiglie prodotte nei territori considerati minori per la viticoltura. Addentrarsi nella stradette bianche di campagna, fermare l’automobile a margine di un vigneto, socchiudere gli occhi per concedersi un quarto d’ora d’ozio. Camminare sotto la pioggia a Treviso, seguendo a distanza una donna elegante il cui incedere silenzioso riaffiora settimane dopo nel profumo di un Riesling della Mosella.

La struttura del libro è agilissima, un centinaio di testi brevi e autonomi che compongono un affresco nel quale il vino non è il fine, ma sempre il mezzo per leggere la realtà, rallentare il passo e ritrovare il senso delle cose. Affiorano, inattesi, i post di Geopop e le vecchie lezioni televisive in bianco e nero del maestro Alberto Manzi, lo slogan letto sul cassone di un Ape Piaggio e le ultime parole incise da Leonard Cohen, le immagini del film “Perfect Days” di Wim Wenders e i dribbling di Maradona, e poi Alda Merini, Patti Smith, Simone de Beauvoir, La Pina.

Il tutto è accompagnato dal suggerimento di quasi duecento bottiglie da ogni angolo del mondo: Italia, Bolivia, Francia, Lettonia, Messico, Cile, Giappone. Ma non aspettatevi un catalogo. Ogni vino è una storia, ogni produttore è un personaggio. C’è Claudio Zanoni, musicista dei Ridillo, che ha fatto nascere il suo vino Avamata insieme ai ragazzi di una cooperativa sociale - una bottiglia che profuma, scrive Peretti, “della bontà intrinseca della bella gente”. C’è Francesco Ricasoli, che ha rilevato l’azienda di famiglia, produttrice di vino dal 1141, e ha difeso strenuamente a un’asta benefica una bicicletta Bianchi che riportava quello stesso numero, pur di non farla uscire dai confini chiantigiani. Ci sono le suore trappiste di Vitorchiano, il cui vino Benedic è impregnato di preghiera e fatica. E poi ci sono i vini che fanno sorridere: il bag-in-box francese di Puech-Haut, che Peretti difende a spada tratta contro ogni snobismo, il Riesling di Kunstler con il tappo a vite, premiato con il massimo dei voti da James Suckling, il Tavernello in brick, bevuto con onestà durante un pasto veloce, che ha la sua dignità come qualsiasi bottiglia blasonata.

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25/06/2026
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