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Prima di tutto, vorrei chiarire che cosa Italianity: The Culture of Italian Wine non è. Non è una raccolta di classifiche dedicate ai migliori Barolo, Barbaresco o Amarone.

Italianity è, piuttosto, un’opera estremamente originale che racconta le persone che rendono il vino italiano e lo stile di vita del nostro Paese ciò che sono. Il lettore viene accompagnato in un viaggio privilegiato, alla scoperta di un modo di vivere che va ben oltre ciò che qualsiasi analisi tecnica potrebbe offrire.

Scritto da Andrea Lonardi, italiano, Master of Wine ed enologo, e Jessica Dupuy, giornalista ed educatrice del vino residente in Texas, il libro è diverso da qualsiasi altra opera sul vino italiano che abbia mai letto.

Negli ultimi anni sono stati pubblicati numerosi volumi dedicati a questo argomento, e giustamente. Tuttavia, la maggior parte si concentra su aspetti tecnici simili, accompagnati da alcune dichiarazioni di proprietari di cantine ed enologi.

Italianity supera questo modello tradizionale e propone un modo nuovo e originale di raccontare il vino italiano.

L'identità italiana attraverso i suoi territori

Nella sua introduzione, Lonardi definisce il concetto di Italianity, ovvero italianità, come «un'identità condivisa all'interno di un mosaico di regioni oggi collegate tra loro».

Trovo questa definizione particolarmente efficace, perché coglie perfettamente il cuore del tema.

L'Italia conta 20 regioni e tutte producono vino, ciascuna con numerosi vitigni autoctoni che rappresentano l'anima dei rispettivi territori.

Sebbene il vino italiano sia il filo conduttore dell'opera, ciò che gli autori intendono realmente esplorare sono le caratteristiche uniche di queste regioni, raccontate attraverso le persone che producono i loro vini.

Il Dolcetto: il linguaggio quotidiano delle Langhe

Uno splendido esempio delle numerose decine di racconti presenti nel libro è il saggio di Jessica Dupuy intitolato «Dolcetto: il linguaggio quotidiano delle Langhe».

Da generazioni, il Dolcetto rappresenta il vino di tutti i giorni in questo territorio.

Pur non ricevendo l'attenzione mediatica riservata a vini simbolo delle Langhe come Barolo e Barbaresco, il Dolcetto possiede un'identità precisa. È proprio questa identità, insieme al piacere che sa offrire, a definirne il valore, molto più dei punteggi assegnati dalla critica.

Dupuy presenta alcuni produttori che apprezzano e valorizzano le caratteristiche peculiari del Dolcetto, soffermandosi sul lavoro di Orlando e Cecilia Rocca della cantina Domenico Clerico, della famiglia di Bruno Giacosa e di Fabio Burlotto di Verduno.

A proposito di quest'ultimo, l'autrice scrive che produce un Dolcetto da lui descritto come «profondamente croccante, energico e vivace. Accessibile, ma non semplice».

È una descrizione sincera e appassionata, che nasce dalla sensibilità di un produttore capace di comprendere la bellezza di questo vino.

È davvero piacevole che Jessica Dupuy sia riuscita a cogliere e trasmettere queste sfumature nel suo racconto.

E, da amante del Dolcetto, desidero ringraziarla personalmente per questo bellissimo saggio!

Andrea Lonardi: l'esperienza dell'enologo e la trasformazione del vino italiano

Andrea Lonardi richiama spesso episodi della propria carriera enologica.

Questi passaggi sono particolarmente affascinanti, soprattutto quando ci si rende conto di quanto il lavoro dell'enologo possa essere lontano dall'immagine elegante e affascinante che spesso gli viene attribuita.

Il racconto di quando, nei primi anni Duemila, assunse un nuovo incarico in Sicilia e si trovò di fronte alla sfida di «imbottigliare la grandezza della Sicilia» rappresenta una testimonianza significativa di quanto il panorama vitivinicolo dell'isola sia cambiato negli ultimi venticinque anni.

I vini rossi del Friuli: un patrimonio ancora da raccontare

Uno dei contributi più appassionati di Lonardi è intitolato «From Taj to Table» ed è dedicato ai vini rossi del Friuli.

Considerando che questa regione è conosciuta e apprezzata soprattutto per i suoi grandi vini bianchi, le riflessioni di Lonardi sui rossi friulani, meno conosciuti, risultano particolarmente interessanti.

Si tratta, in effetti, di un argomento del quale si parla ancora troppo poco.

Lonardi scrive:

«I vini rossi del Friuli, sia da vitigni internazionali sia autoctoni, non sono curiosità appartenenti a un passato dimenticato».

E prosegue:

«Se vogliamo raccontare con sincerità il futuro del Friuli, dobbiamo farlo attraverso due colori: l'oro dei suoi grandi bianchi e il rosso cremisi intenso e speziato dei suoi vini rossi».

Parole bellissime, scritte con autentica passione.

Bravo, Andrea!

Pinot Grigio e Timorasso: oltre gli stereotipi

Gli autori raccontano decine di altre storie, tra le quali una delle mie preferite è dedicata al Pinot Grigio.

Il titolo del saggio è particolarmente originale: «L'abito grigio: solitamente anonimo, qualche volta Armani».

Jessica Dupuy spiega come alcuni produttori del Nord Italia riescano a esprimere, attraverso questo vitigno, una complessità molto superiore rispetto ai tanti esempi di Pinot Grigio prodotti su larga scala, spesso caratterizzati da uno stile standardizzato.

Lonardi dedica invece una riflessione approfondita al Timorasso, un vino bianco che negli ultimi anni si è affermato come una delle espressioni più originali del Piemonte.

Scrive:

«Nel Timorasso vedo il significato dell'italianità. Non la perfezione, ma la perseveranza. Non l'uniformità, ma il carattere».

Condivido pienamente queste parole.

Non è forse proprio questo il significato più autentico del vino, e soprattutto del vino italiano?

Il vino italiano è anche cucina, ospitalità e stile di vita

Scritto sia in inglese sia in italiano, il libro non parla soltanto di vino, ma anche di gastronomia.

D'altra parte, come si potrebbe raccontare il vino italiano senza collegarlo alla cucina?

Tra i contributi presenti troviamo un racconto dedicato a Bottega Vini, il celebre ristorante di Verona noto per la sua straordinaria selezione di etichette.

Particolarmente coinvolgente è anche il saggio di Lonardi dedicato al soggiorno presso Il Giglio, un piccolo albergo a conduzione familiare situato a Montalcino.

Intitolato «Una casa lontano da casa: Il Giglio e lo spirito di Montalcino», il racconto ripercorre con affetto l'autenticità della cucina locale e ricorda come anche diversi celebri critici enologici abbiano trascorso momenti particolarmente piacevoli in questa struttura.

Ricette, fotografie e paesaggi: un viaggio nell'Italia autentica

Il volume comprende anche numerose ricette dettagliate della tradizione gastronomica italiana, un'aggiunta particolarmente apprezzabile.

Le fotografie, realizzate principalmente da Craig Stewart, sono costantemente di ottima qualità e si integrano perfettamente con il tema del libro.

Le immagini danno vita ai vigneti, ai paesaggi rurali e alle strade delle città italiane, accompagnando il lettore in un autentico viaggio visivo.

Una fotografia particolarmente suggestiva, che ritrae un mulino a vento a Marsala, potrebbe addirittura far nascere il desiderio di prenotare immediatamente un volo per visitare quel territorio.

Italianity: il vino italiano è molto più di numeri e statistiche

Chiunque ami il vino italiano, o più in generale il mondo del vino, non potrà che apprezzare Italianity.

Andrea Lonardi e Jessica Dupuy meritano un sincero ringraziamento non soltanto per il lavoro svolto nella realizzazione di questo progetto, ma soprattutto per la sensibilità e la profondità con cui hanno saputo raccontare una verità fondamentale:

Il vino italiano non è fatto soltanto di numeri, classifiche e statistiche. È fatto di persone, cultura, tradizioni e identità.

Forse è un desiderio ambizioso, ma mi piacerebbe molto vedere un secondo volume di quest'opera, nel quale gli autori approfondiscano ulteriormente la cultura e lo stile di vita legati al vino, dedicando maggiore attenzione, per esempio, ad Abruzzo, Campania, Basilicata e Valle d'Aosta.

Per il momento, però, posso dire di essere estremamente soddisfatto di Italianity.

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10/10/2026
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