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La settimana 16–20 febbraio 2026 fotografa un settore che tiene nei volumi “certificati” di qualità, ma vive una tensione industriale crescente: domanda globale debole, export in rallentamento, prezzi dello sfuso sotto pressione e giacenze che continuano a salire nonostante una vendemmia 2025 “contenuta”.

Sullo sfondo, emerge un tema strutturale: frammentazione delle denominazioni e, contemporaneamente, maggiore concentrazione industriale nei volumi certificati.

1) Imbottigliamenti 2025: -2,1% complessivo, ma cresce la fascia DOP

I dati Valoritalia (aggiornati al 31 dicembre 2025) indicano una flessione complessiva del -2,1% rispetto al 2024 negli imbottigliamenti certificati. Il messaggio però non è “crollo”, ma assestamento: i volumi restano superiori al pre-Covid e la contrazione è definita contenuta.

Dentro quel -2,1% c’è la parte più interessante:

  • DOC/DOCG: +1% (su base annua e rispetto alla media dell’ultimo triennio) → la qualità “organizzata” continua a fare da locomotiva, soprattutto per l’export.
  • IGT: -12% sul 2024 (e -10% sulla media del triennio precedente) → arretramento netto della fascia più ampia e spesso più “commodity” o meno identitaria.

Lettura strategica: il mercato sta premiando identità, riconoscibilità e posizionamento, penalizzando ciò che è percepito come “intercambiabile”.

2) Cambia la domanda: bianchi, rosati e bollicine avanti; i rossi frenano forte

La spaccatura per tipologia è ormai strutturale e nel 2025 diventa ancora più evidente:

  • Spumanti: +1%
  • Rosati: +5,7%
  • Bianchi fermi: +2,7%
  • Rossi: oltre -13%

Cosa significa davvero: non è solo “moda”. È un cambio di consumi (Italia + mondo) verso vini più freschi, meno impegnativi, spesso più compatibili con nuovi momenti di consumo e con una sensibilità crescente su alcol, leggerezza e immediatezza. I territori storicamente legati ai rossi strutturati rischiano di pagare un doppio costo: domanda in calo + immobilizzo in stock.

3) Micro-denominazioni: tante sigle, poca massa critica (e più vulnerabilità)

La lettura per dimensione delle denominazioni è un punto chiave di questa settimana. Le micro-denominazioni (sotto 10.000 hl) sono:

  • 70% delle DO certificate, ma
  • solo 2% dei volumi imbottigliati, e nel 2025 fanno -7,2% (peggio della media).

Le dinamiche per fasce dimensionali mostrano che la massa critica conta:

  • 10–20.000 hl: +3%
  • 20–50.000 hl: -4,7%
  • 50–150.000 hl: +4%
  • oltre 150.000 hl: -2,7%

Diagnosi: le micro-DO fanno fatica a reggere oscillazioni di mercato, costi e complessità commerciale. Non basta avere una denominazione: serve una macchina (consorzio forte, programmazione, promozione, canali).

4) Struttura produttiva: iper-frammentata alla base, concentrata al vertice

I numeri confermano un settore fatto di tantissimi operatori piccoli e pochissimi grandi:

  • oltre il 75% degli imbottigliatori certificati commercializza meno di 65.000 bottiglie
  • solo 171 imprese (3,2%) superano 1,3 milioni di bottiglie
  • i primi 5 operatori imbottigliano il 18% dei volumi totali certificati, pur essendo lo 0,1% in numero

Implicazione: la competizione non è più solo “prodotto vs prodotto”, ma sempre più sistema organizzato vs sistema frammentato. Chi è piccolo deve scegliere: o diventa ultra-specialistico e premium, oppure si aggrega (commercialmente o industrialmente).

5) Il grande nodo industriale: produzione stabile, ma giacenze in crescita

Qui c’è il “paradosso” che sta comprimendo margini e serenità finanziaria.

  • Vendemmia 2025: 44,38 milioni hl (circa +0,7% sul 2024)
  • Giacenze vino: 61 milioni hl (+6% annuo)
  • Giacenze vino + mosti: quasi 68 milioni hl (+7,5%)

Secondo UIV, dopo due campagne poco sopra i 44 milioni hl, nemmeno questi volumi sono più sostenibili se la domanda non assorbe.

Dove si concentra l’eccedenza:

  • vini comuni/varietali: +11,3%
  • IGT bianchi: +10,5%
  • DOP: +3,6% (più tenuta, ma comunque in aumento)

Effetto immediato sul mercato:

  • uscite di cantina: -20% rispetto ai picchi del 2024
  • prezzi dello sfuso: fiacchi, con i bianchi comuni oltre -10% in diverse aree

Traduzione brutale: più stock = più capitale fermo = più pressione su prezzi e liquidità, soprattutto per chi lavora su segmenti meno difesi da marca/denominazione.

6) Export e mercati: tenuta relativa, ma la direzione è ancora negativa

Il quadro estero resta complesso. Le analisi citate (Nomisma Wine Monitor) parlano di un -3% nel valore dell’export italiano, in un contesto dove altri competitor fanno peggio (Australia, Cile, Francia). È una “vittoria ai punti”, non un trionfo.

Sul fronte USA e tensioni commerciali, UIV segnala:

  • spedizioni USA 2025 stimate -9% a valore
  • extra-UE attorno a -6,5%
  • molte aziende hanno ridotto i listini ~10% per difendere quote (margini sotto stress)

In parallelo, nel mercato degli alcolici USA il vino cala (-3,5%), mentre crescono forte i ready to drink (+16,4%), cioè prodotti più semplici, più economici e “immediati” nella fruizione.

Messaggio di fondo: non basta “esserci” nei mercati storici. Serve riallocare energie su mercati terzi, accordi commerciali (Mercosur/India) e un presidio più aggressivo e continuo delle piazze.

7) Dati, controllo e programmazione: TESSA e la nuova reportistica ai Consorzi

Un punto spesso sottovalutato, ma strategico: la qualità del dato diventa leva competitiva.

Valoritalia spinge la piattaforma TESSA (sviluppata con Microsoft) per elaborare i movimenti di oltre 90.000 imprese su 219 denominazioni certificate, e introduce una reportistica mensile per i Consorzi con indicatori su:

  • campionamenti, imbottigliamenti
  • vendite/trasferimenti di sfuso
  • declassamenti/riclassificazioni
  • parametri analitici, giacenze, volumi
  • indicatori socioeconomici (soci/non soci, indici di concentrazione)

Perché conta: nel 2026 vince chi sa programmare (offerta, rese, scorte, canali) e non chi “subisce” il mercato.

Cosa ci dice davvero questa settimana (in una frase)

Il vino italiano entra nel 2026 con una filiera che regge sulla qualità organizzata, ma deve affrontare una sfida industriale non rinviabile: troppe scorte rispetto alla domanda, con la necessità di flessibilità produttiva, consolidamento organizzativo e riposizionamento commerciale.

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20/02/2026
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