Il messaggio centrale è chiaro: il settore non può più crescere solo aumentando bottiglie e volumi. Deve produrre meno e meglio, rafforzare il valore del marchio, presidiare le nicchie, comprendere meglio i consumatori e costruire imprese più strutturate.
Leadership femminile: imprese più solide e orientate al futuro
Una delle evidenze più significative arriva dalla ricerca presentata a Vinitaly sul ruolo delle donne nella governance delle aziende vitivinicole. Nelle imprese guidate da donne emergono modelli organizzativi più evoluti, con ruoli chiari, maggiore capacità di delega, pianificazione di lungo periodo e attenzione al capitale umano.
Oltre il 75% delle intervistate indica la sostenibilità come priorità, circa il 70% considera il territorio un asset strategico e più dell’80% adotta una visione di lungo periodo. La leadership femminile non appare quindi solo come tema di rappresentanza, ma come leva concreta di efficacia aziendale.
Resta però aperto il nodo dell’accesso ai ruoli apicali, soprattutto nel mondo cooperativo, dove la presenza femminile nei vertici è ancora limitata.
Export in difficoltà: gennaio 2026 parte in rosso
Il dato più preoccupante riguarda l’export. A gennaio 2026 il vino italiano registra un calo del 18,7% in valore, fermandosi a circa 470 milioni di euro, con volumi in diminuzione del 13,3%.
La flessione è pesante soprattutto negli Stati Uniti, dove le esportazioni scendono del 35,2% in valore. Male anche Germania, Regno Unito, Svizzera, Belgio e Svezia. Tengono meglio Giappone e Francia, mentre segnali positivi arrivano da Russia, Brasile e Cina, anche se da basi ancora più contenute.
Il calo è influenzato anche dalla corsa agli acquisti avvenuta nel 2025 per anticipare i dazi americani, ma il segnale resta forte: l’export non è più un motore automatico di crescita.
La nuova ricetta: meno volume, più valore
Dai confronti di Vinitaly emerge una linea condivisa: il futuro passa da un’offerta più limitata, più qualificata e con maggiore valore aggiunto.
L’Italia vende ancora una quota relativamente contenuta di vini premium. Portare questa quota dal 17% almeno al 20% sarebbe già un passo importante per difendere valore e marginalità. La parola chiave diventa quindi selezione: meno quantità, più identità, più posizionamento.
Le imprese dovranno inoltre interpretare meglio i mercati. Non basta più “esportare”: bisogna capire le persone, le culture, le comunità di consumo e le nicchie. Negli Stati Uniti, ad esempio, il vino italiano è ancora molto concentrato nel Nord Est, mentre restano da esplorare segmenti come comunità ispaniche e nuova America multiculturale.
Enoturismo: la cantina vende esperienza e bottiglie
L’enoturismo si conferma una leva decisiva. Nel 2025 il 77,4% dei visitatori di una cantina ha acquistato vino al termine dell’esperienza. Lo scontrino medio è stato di 147 euro, con circa 7,3 bottiglie acquistate.
Il dato racconta un passaggio fondamentale: la cantina non è più solo luogo produttivo, ma spazio commerciale, relazionale e narrativo. L’esperienza genera fiducia, rafforza il marchio e favorisce la vendita diretta.
Interessante anche l’e-commerce: l’ordine medio online sale a 197,9 euro, pur con meno bottiglie acquistate. Gli stranieri spendono molto di più degli italiani, con una media di 317 euro contro 159,9 euro.
Biologico: l’Italia guida il mondo
L’Italia conferma un primato importante: un quarto dei vigneti biologici mondiali si trova nel nostro Paese. La superficie vitata bio supera i 132.000 ettari, quasi il doppio rispetto a dieci anni fa, con circa 3 milioni di ettolitri di vino biologico prodotti ogni anno.
Il biologico rappresenta un vantaggio competitivo, ma richiede regole chiare e strumenti efficaci per la difesa fitosanitaria. Il tema del rame resta centrale: senza soluzioni alternative altrettanto affidabili, la viticoltura biologica avrebbe difficoltà operative importanti.
No-Lo, Asia e nuovi consumi
Cresce l’attenzione verso i vini No-Lo, cioè a basso o nullo contenuto alcolico. Il segmento vale già 2,4 miliardi di dollari e potrebbe arrivare a 3,3 miliardi entro il 2028. Anche in Italia alcune imprese iniziano a crederci, in attesa di chiarimenti normativi definitivi.
Parallelamente, il vino italiano guarda con maggiore interesse alle cucine asiatiche. India, Cina e Giappone rappresentano mercati e culture gastronomiche da presidiare con comunicazione, formazione e abbinamenti mirati. Non basta più legare il vino italiano alla cucina italiana: serve renderlo credibile anche accanto alle grandi cucine del mondo.
Consumatori digitali: sostenibilità, esperienza e identità
L’analisi PwC Italia e Gruppo Meregalli sui consumatori digitali conferma alcuni trend chiave. Il vino è associato a territorialità, convivialità, sostenibilità, qualità e abbinamento con il cibo.
Il canale tradizionale pesa ancora per il 70%, mentre l’online vale circa il 30%. Chi compra online cerca esperienza, fidelizzazione, assortimento e sostenibilità. Il prezzo conta meno di quanto si pensi: solo il 10% indica promozioni e sconti come fattore principale.
Questo significa che il consumatore non va inseguito solo con offerte, ma coinvolto con contenuti, relazione, appartenenza e servizi.
I grandi gruppi e la fase delle aggregazioni
Il 2025 ha mostrato una frenata anche tra i grandi operatori. Il settore sopra i 100 milioni di euro di fatturato vale 5,9 miliardi, pari al 42% del valore nazionale, ma molti gruppi hanno registrato una flessione.
Le cooperative restano fondamentali, con 2,7 miliardi di fatturato e circa 100.000 viticoltori coinvolti, ma anche qui emerge la necessità di aumentare valore, rafforzare la distribuzione, lavorare sui segmenti premium e migliorare la governance.
In prospettiva, aggregazioni, alleanze, acquisizioni e presidio diretto dei mercati diventeranno strumenti sempre più importanti.
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